Cultura

Quando Elizabeth Cochran rivoluzionò il giornalismo

What Girls Are Good For, A cosa servono le ragazze, è il titolo di un articolo pubblicato nel 1885 sul Pittsburgh Dispatch da Erasmus Wilson, editorialista di punta della testata americana, che suscitò non poche polemiche. Nel pezzo, infatti, il giornalista sosteneva che la sfera di appartenenza delle donne fosse quella casalinga dove spettava loro cucinare, cucire, badare ai figli e crescerli. Le lavoratrici, invece, erano, a suo dire, delle mostruosità. Parole dure e da censurare, quelle mandate in stampa, che non lasciarono indifferenti i numerosi lettori i quali, in massa, scrissero a George Madden, direttore del giornale, in segno di protesta. Tra questi, anche Little Orphan Girl – come riportato sulla missiva – che colpì così fortemente il destinatario da ricevere, attraverso un annuncio pubblico, un invito a recarsi presso il suo ufficio.

All’appuntamento, contro ogni aspettativa di Madden – convinto che a scrivergli fosse stato un uomo – si presentò Elizabeth Cochran, una coraggiosa ragazza di appena ventuno anni, originaria della Pennsylvania. Nonostante ciò, folgorato dalla personalità dell’interlocutrice, all’incontro il direttore confermò la sua offerta di lavoro alla giovane, consigliandole, visti i tempi difficili, di affidare i suoi testi a uno pseudonimo maschile, Nellie Bly, come il protagonista di una famosa canzone popolare scritta da Stephen Foster. Nacque così una collaborazione destinata a rivoluzionare per sempre il mondo del giornalismo.

Nei suoi primi articoli, Elizabeth denunciò le condizioni di lavoro di molte donne all’interno delle fabbriche, lo sfruttamento minorile, l’inadeguatezza dei salari e la mancanza della sicurezza per gli operai, costretti al pericolo costante. Il nome di Nellie, quindi, iniziò sin da subito a circolare in città, giungendo fino alle orecchie del mondo dell’industria che ben presto minacciò il giornale di tagliare i finanziamenti se le inchieste fossero proseguite. Madden, allora, fu costretto ad affidare a Elizabeth una sezione diversa dedita alla moda, al giardinaggio e alla società in generale, ma il nuovo ruolo, ovviamente, non risultò congeniale alla giovane che in poco tempo convinse il direttore a inviarla come corrispondente in Messico per, anche lì, accendere i riflettori sulla povertà e la corruzione dilaganti nel Paese.

Un personaggio scomodo come Bly, però, non fu accolto calorosamente dal governo locale che, in seguito alla pubblicazione della storia di un giornalista imprigionato perché aveva osato criticare il Presidente Porfirio Díaz, dopo appena sei mesi dal suo arrivo lo espulse. Rientrata negli Stati Uniti, era il 1887, Elizabeth comprese che il Pittsburgh Dispatch era per lei una piazza troppo piccola, con opportunità inferiori a quelle a cui ella puntava. Partì, così, alla volta di New York. Il giornalismo investigativo stava per avere la sua svolta definitiva.

Caro Q.O., me ne vado a New York. Sentirai parlare di me presto. Bly

Giunta nella Grande Mela, la giovane, ambiziosa più che mai, bussò alle porte di Joseph Pulitzer che riservò un posto per lei nella redazione del New York World, uno dei più importanti quotidiani della città, e le affidò la sua prima inchiesta dedicata agli istituiti psichiatrici. Per portare a termine il lavoro, Cochran riuscì a fingersi pazza e a farsi ammettere al manicomio di Blackwell’s Island dove, purtroppo, poté toccare con mano l’indecente trattamento riservato alle pazienti – non sempre con reali disturbi mentali, ma talvolta fatte rinchiudere dalle famiglie per motivi svariati –, costrette alla sporcizia, al cibo andato a male, ad acqua sporca e a maltrattamenti e violenze di ogni genere. Elizabeth pubblicò quindi il suo reportage, Dieci giorni in manicomio, che portò un grosso contribuito a quella che divenne presto la riforma degli istituti di cura mentale dell’intero Stato di New York, consacrando definitivamente la giornalista alla celebrità. Da quel momento, la coraggiosa penna non smise mai, nemmeno per un attimo, di scrivere e denunciare ogni sopruso e ingiustizia.

Ripetendo l’esperimento, la giornalista riuscì persino a farsi arrestare con il solo fine di raccontare la verità delle prigioni. Lavorò, poi, in fabbrica come operaia, narrò le storie delle donne sfruttate, intervistò personaggi più e meno noti, si finse una ragazza madre che tentava di vendere suo figlio, raccontò – unica articolista a farlo – il grande sciopero di Chicago del 1894, diede voce ai deboli, ai lavoratori, a quelli che a lungo erano stati messi a tacere. Ogni reportage, ogni denuncia, ogni inchiesta non fu il frutto di un lavoro da scrivania, ma il risultato di grandi intraprendenza, eroismo e rivoluzionarismo. Non a caso, il New York Journal la incoronò miglior reporter d’America.

Il punto più alto della sua carriera, però, è datato 1889 quando, dopo aver letto il capolavoro di Jules Verne, Giro del mondo in ottanta giorni, Cochran propose a Pulitzer di finanziare un nuovo reportage che seguisse le orme dello scrittore, in viaggio per il pianeta. Ogni giorno, a partire dal 14 novembre, il quotidiano pubblicò, quindi, gli articoli di Elizabeth che raccontavano i luoghi in cui faceva tappa la giovane e una rivisitazione del gioco dell’oca che ne ripeteva gli spostamenti, riuscendo ad appassionare sempre più numerosi lettori. Per l’occasione fu lanciato persino un concorso della lotteria volto a indovinare il giorno in cui l’articolista sarebbe tornata. Vi partecipò un milione di persone. Dopo settantadue giorni, sei ore, undici minuti e quattordici secondi, la giornalista fece ritorno in patria stabilendo un nuovo record, accolta con gioia ed entusiasmo.

Ad appena trent’anni, il matrimonio con un importate industriale molto più grande di lei la allontanò momentaneamente dalla scrittura a cui, però, non rinunciò mai, riabbracciandola in occasione dello scoppio della Prima Guerra Mondiale quando, per il New York Evening Journal, si fece inviata dal fronte in terra austriaca. Dal 1920, poi, fino alla sua prematura scomparsa a soli cinquantasette anni, a causa di una polmonite, continuò a scrivere per il New York Journal.

Grazie alla sua tenacia e al suo impegno, Elizabeth Cochran, nonostante la giovanissima età, diede vita, in pochi anni, a una vera e propria rivoluzione, divenendo presto un simbolo di lotta per tutte le donne – e non solo – in cerca di riscatto. Come la sua storia insegna, la madre di tutte le giornaliste merita, dunque, ancora oggi di essere ricordata e celebrata affinché la libertà e la verità vengano sempre difese, pretese e urlate al mondo. Perché se c’è una cosa che la scrittura sa fare, di certo, è quella di spaventare il potere, risvegliando le coscienze.

Quando Elizabeth Cochran rivoluzionò il giornalismo
Clicca per commentare

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

To Top