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I dati Censis (e gli studenti) bocciano la Federico II

Come ogni anno, il Censis, il Centro Studi Investimenti Sociali, ha elaborato la classifica degli atenei italiani. Un vero e proprio appuntamento fisso che va a supportare l’orientamento di migliaia di studenti desiderosi di intraprendere la carriera accademica.

L’analisi effettuata consiste nella valutazione del sistema universitario italiano, la quale avviene attraverso una prima suddivisione, volta a separare gli atenei statali da quelli privati, e una lunga serie di passaggi successivi atti a collocare le diverse università in categorie omogenee quali, ad esempio, la grandezza, il numero di strutture disponibili, i servizi erogati, il livello di internazionalizzazione e la capacità di comunicazione 2.0. Un modo per aiutare giovani e famiglie a scegliere, con consapevolezza, il percorso migliore.

Anche quest’anno, così come l’anno scorso, l’Università degli Studi di Napoli Federico II si è ritrovata ultima in classifica. Lo studio, inoltre, ha dimostrato che anche gli altri atenei campani – L’Orientale, La Parthenope e l’Università Luigi Vanvitelli – occupano gli ultimi posti, dando prova di quanto i servizi erogati agli studenti siano inadeguati. In effetti, la Regione poco ha fatto per cercare di migliorare le qualità del “diritto allo studio” e la riforma approvata un anno fa sulle Adisu regionali non ha comportato risultati migliori e concreti.

È il caso, allora, di lasciare la parola agli studenti e agli ex iscritti della Federico II, perché nessuno meglio di loro può comprendere e conoscere ciò di cui si ha bisogno, ciò che non funziona e che dovrebbe essere migliorato. Marta, Stefania, Federica e Luigi, giovani ragazzi laureati presso l’ateneo di riferimento, hanno risposto ad alcune domande.

Quali sono, secondo voi, i principali gap che hanno portato le università della Campania agli ultimi posti e, soprattutto, cosa manca davvero alla Federico II per essere considerata all’altezza del nome che porta?

«Mancanza di relazione tra il mondo accademico e quello professionale: una volta terminati gli studi i laureati vengono lasciati allo sbaraglio. Inoltre, non c’è alcuna possibilità di crescere, di svolgere un tirocinio, di ricevere delle borse di studio. Vi è una forte mancanza di servizi e strutture specializzate per disabili, di biblioteche digitali e di mense. Non c’è nessuna relazione con il territorio. Nel momento in cui smettiamo di pagare le tasse, non serviamo più.»

«I docenti sono preparati e formati, ma bloccati nella mentalità di “chi ce l’ha fatta”, non preoccupandosi del futuro altrui. Le sedi sono inadatte alle lezioni, il portale è vecchio e inutile, l’assistenza agli studenti è nulla. I corsi di laurea sono troppo teorici e legati a una vecchia concezione del sapere, non in linea con il resto dell’Europa. Gli alunni sono i più vecchi d’Italia e non per volere proprio.»

«Una cricca di baroni a cui importa solo del proprio prestigio e del proprio posto di lavoro, presso il quale detiene cattedre multiple e sfrutta gli assistenti come schiavi, promettendo loro possibilità di carriera. Le aule sono inadeguate al numero degli studenti e i corsi perfettamente chiusi in se stessi, lontani anni luce dalle necessità formative del mondo del lavoro. Laurearsi alla Federico II significa sottostare a un sapere accademico vetusto e umiliante.»

Vi sentite formati realmente dopo gli studi? Quali sono le differenze cruciali tra la Federico II e le altre università presenti sul territorio italiano? Su una scala da 1 a 10 che voto le attribuireste?

«Formati per la disoccupazione. Non posso esprimermi in merito ad altre università, ma credo che la Federico II non vada oltre il 6/7. Sicuramente al Nord il placement è migliore.»

«Bene. Io come voto per la formazione do 5. Facendo un confronto con l’Università degli Studi di Salerno, posso dire che la preparazione dei docenti di quest’ultima è maggiore. La disponibilità dei professori della Federico II, sia durante la stesura della tesi sia in altri contesti, è scarsa. Non credo che le università del Nord contribuiscano a una formazione maggiore, ma ritengo che siano più aperte e più innovative sotto molti aspetti, come ad esempio i tirocini, e che abbiano maggiori contatti con le aziende del settore.»

«La mia esperienza è relativa a un’altra università, quella di Bologna. Il servizio on-line di quest’ultima si è rivelato molto più efficiente. Ci sono maggiori opportunità post-lauream e i docenti sono più disponibili nei confronti degli studenti.»

Uno scandalo, dunque, che continua a coinvolgere una delle università più antiche d’Italia e del mondo, dove nemmeno gli interventi mirati sono bastati ad aiutare l’ateneo, dal momento che i problemi si perpetuano ormai da diversi anni, senza essere mai affrontati e risolti in modo efficace. E gli studenti ancora una volta si chiedono: ma qualcosa prima o poi cambierà?

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