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Caso ILVA alla Camera: i deputati? Non pervenuti

Supponiamo un mattino tu ti alzi… Supponiamo è già tardi, devi andare ma non vuoi, recitava una vecchia canzone di Rino Gaetano. Al contrario, diciamo noi, immaginiamo che sia un venerdì, una torrida e afosa giornata romana, e che il protagonista della nostra storia non sia un innamorato ma un deputato. Tutto questo è diventato realtà lo scorso 20 luglio quando la Camera si presentava vuota, senza ombra di supposizioni, durante una riunione alla quale i parlamentari non hanno partecipato. All’ordine del giorno c’era una questione decisamente importante: il Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio avrebbe dovuto rispondere all’interpellanza urgente sul caso ILVA di Taranto, a seguito della lettera dell’Anac sulle criticità nella vendita ad ArcelorMittal.

La cessione dell’ILVA al colosso, infatti, come sostenuto dalla stessa Anac e dal Vicepresidente pentastellato, è stata un pasticcio, al punto da far aprire un’indagine interna al Ministero. In sostanza, il bando di gara è stato cambiato tanto da ledere il principio di concorrenza: alla sua pubblicazione, il 5 gennaio 2016, chi voleva fare un’offerta doveva prevedere di attuare il piano ambientale richiesto entro lo stesso anno. Tuttavia, risanare un territorio come quello intorno all’ILVA in dodici mesi è praticamente impossibile e ciò ha causato la scarsa partecipazione delle imprese. Una volta scaduto il concorso, però, il 30 giugno 2016, i termini di attuazione del piano ambientale sono stati posticipati fino al 2023, cambiando così, in corsa, le regole del gioco. Di certo, se ciò fosse stato stabilito da principio del bando, le offerte sarebbero state più vantaggiose dal punto di vista ambientale, occupazionale ed economico. «Il vero tema è che il pasticcio lo ha fatto lo Stato, non l’azienda. Lo ha fatto il Ministero. Se qualcosa è andato storto voglio capire di chi sono le responsabilità specifiche», ha concluso il suo intervento Luigi Di Maio, rimettendo ogni colpevolezza all’amministrazione precedente. Prontamente l’ex Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda ha scritto sul suo profilo Twitter: Per la verità è una richiesta di coerenza. Se pensi che la gara sia viziata tanto da preannunciare una inchiesta interna devi essere conseguente e annullare la gara. Altrimenti sei uno quaquaraquà.

Prima delle risposte che il nuovo governo è tenuto a cercare e, quindi, a dare, però, si presuppone ci siano state delle domande: a porgergliele, tuttavia, erano presenti circa 5 dei 630 deputati totali della Camera. L’opposizione evidentemente deve aver preso alla lettera le parole lasciamoli fare, ma la maggioranza? Della Lega nessun rappresentante, mentre del MoVimento 5 Stelle solo due esponenti. Inoltre, stando a quanto riportato dal giornale Buonasera di Taranto, erano assenti persino coloro i quali dovrebbero avere a cuore più di tutti la questione ILVA, ovvero i pentastellati tarantini Rosalba De GiorgiGianpaolo CasseseGiovanni VianelloAlessandra Ermellino. Unica rappresentante in aula della città pugliese era la deputata di Forza Italia Vincenza Labriola proprio colei che, in qualità di opposizione, aveva presentato l’interpellanza urgente per conoscere gli orientamenti del governo riguardo l’industria siderurgica più grande d’Europa.

Il nuovo esecutivo, più che del cambiamento, sembra essere come un nuovo fidanzato: sei convinto che ti possa cambiare la vita, credi di aver trovato quello diverso dagli altri e invece, con il tempo, si dimostra anche peggio. Sì, perché se, dopo anni di “amore e odio” da Forza Italia e PD sappiamo già cosa aspettarci, soprattutto perché in questo momento sembrano più assenti e latitanti che mai, la vera sorpresa è la maggioranza, quella appunto del cambiamento, che però sembra averlo fatto al contrario, mutando se stessa e adattandosi alla pigrizia e alla svogliatezza dei deputati delle precedenti legislature.

Dunque, a quanto pare, aveva ragione lo scienziato Lavoisier quando scriveva che nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma, in questo caso sotto le vesti di Lega e 5 Stelle. Certo, per loro fortuna, i seguaci pentaleghisti al momento sono pronti sempre a giustificarli con la scusa che sono appena stati eletti e, quindi, hanno bisogno del tempo necessario per lavorare. Ma cosa succederà quando la fase di adattamento giungerà al termine e dovranno rendere conto delle loro azioni? Quando inizieranno a concretizzare tutte le promesse che hanno fatto agli elettori? E quando, invece, smetteranno di parlare e passeranno ai fatti, concludendo così questa procrastinata campagna elettorale? Si dice che le vecchie abitudini siano dure a morire, ma se neanche ci si presenta in aula per l’appello è impossibile pensare di poterle cambiare.

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