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“Caro prof ti scrivo… Gli adolescenti scrivono al docente di religione”

Io non posso insegnare niente a nessuno, io posso solo farli pensare. Era questo per Socrate l’insegnamento: l’arte dell’educare al pensiero. Una visione che Samuele Ciambriello, giornalista, scrittore, professore e Garante dei Detenuti della Regione Campania, sembra aver fatto propria negli anni di attività scolastica svolta nell’area metropolitana di Napoli. Non a caso, il suo ultimo libro si intitola Caro prof ti scrivo… Gli adolescenti scrivono al docente di religione (Rogiosi editore), in cui a parlare sono soprattutto i ragazzi, suoi alunni, che hanno scelto di affidare l’animo al foglio attraverso la più comune formula di scrittura, il tema libero.

Il volume, presentato lo scorso 22 maggio presso la sede partenopea dell’Università Pegaso, in presenza di Alessandro Bianchi, Rettore, Gennaro Matino, parroco della Chiesa Santissima Trinità, e Rosanna Borziello, giornalista del settimanale Nuova Stagione, è, infatti, una raccolta di pensieri, sensazioni, dubbi e segreti che alcuni liceali hanno deciso di condividere con il loro docente di religione, certi che quest’ultimo avrebbe saputo accoglierli e guidarli nell’incertezza della loro giovane età, coadiuvato, nello specifico, anche da Giuseppe Ventura, redattore di Linkabile.it.

È in questo, dopotutto, che consiste il lavoro che Ciambriello porta avanti nelle scuole – così come nelle carceri e nelle comunità –, convinto che l’insegnante debba superare il sapere nozionistico, legato al testo didattico in senso stretto, e imparare a essere innanzitutto educatore, nel tentativo costante di comprendere e colmare il vuoto che i ragazzi di oggi si portano dentro e che gli adulti di domani trasformeranno in disagio o, peggio ancora, in devianza. Da qui, l’idea di lasciare i suoi studenti liberi di “confessarsi”, di spogliarsi dei panni degli alunni e sentirsi semplicemente se stessi, nudi dinanzi a un foglio, in piedi sulla cattedra della loro esistenza per guardarla da un’altra prospettiva.

Scritti sinceri, quelli venuti fuori, figli di un’epoca che non rassicura, di un turbamento costante che genera crisi, di un tempo che fugge e non si lascia afferrare. Scritti che ci dimostrano che la vita, quando si è adolescenti, è un magma incandescente da maneggiare con precauzione. La vita adulta non è ancora iniziata ma già si avverte il timore del futuro. L’amicizia, l’amore, la sessualità, la famiglia, il domani, il rapporto con gli altri, quello con se stessi, la felicità: ognuno dei temi che segna il quotidiano dell’essere umano sin dalla sua nascita è stato affrontato con ingenuità talvolta disarmante, ma anche con maturità sorprendente, un fiume di parole che non si può ignorare, bensì leggere, ascoltare e interiorizzare per imparare a relazionarsi a un mondo che spesso agli adulti appare lontano ma che, invece, è dentro ciascuno di essi in forma diversa. Saper comprendere il linguaggio dei giovani infatti, come ha sottolineato anche don Gennaro Matino, è l’unico modo per abbattere il muro del conflitto che la crescita genera inevitabilmente. Dalla famiglia alla scuola, senza dimenticare la Chiesa, se non si cambia, se non ci si aggiorna, se non si impara ad ascoltare i ragazzi, l’errore è in chi lancia la sfida della parola, non nel mutismo di chi vorrebbe parlare pur consapevole di non essere capito.

D’altra parte, come ha sottolineato egregiamente Ciambriello, la nostra è una società che non ha bisogno di maestri, ma di testimoni. Testimoni di vita e di esperienza, occhi che si incrociano e mani che si stringono al fine di riconoscersi e camminare insieme. Di qui, l’importanza dell’insegnamento inteso come educazione al pensiero, dunque alla cultura, l’ottavo sacramento, che non è altro che la bellezza nelle sue più infinite sfumature.

Caro prof ti scrivo…, quindi, si preannuncia come un’opportunità, un primo passo per ricordarsi di quel fanciullo nascosto in ognuno di noi che va accolto e traghettato verso il futuro, un’occasione per gli alunni di parlare e per gli insegnanti, come per i genitori, di dedicare loro quel tempo fin troppe volte negato.

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