Interviste

Bruno Vallefuoco: “La politica rincorre passerelle. Fatto un morto, se ne cerca un altro”

A pochi giorni dal lancio ufficiale del trailer della nuova stagione di Gomorra, a Scampia, noto quartiere della periferia nord napoletana, si è tornato a parlare rumorosamente di criminalità organizzata. È notizia dello scorso 15 settembre, infatti, il pentimento del boss Gennaro Notturno che, a distanza di tredici anni dalla violenta faida che ha macchiato di sangue le strade all’ombra delle Vele, ha deciso di collaborare con la giustizia e di ricostruire i terribili episodi che hanno cambiato la storia del capoluogo campano. Molti gli omicidi di cui l’ex capoclan si è accusato. Tra questi, anche l’assassinio di Antonio Landieri, il venticinquenne con problemi di deambulazione ucciso per errore il 6 novembre 2004, per il quale la camorra avrebbe voluto offrire come risarcimento alla famiglia circa centocinquantamila euro, a quanto pare, il valore di una vita spezzata. Una morte, quella di Landieri che non ha mai trovato realmente pace, da sempre alla ricerca del meritato riscatto.

Della sua storia e di quella di Alberto Vallefuoco – altro giovane martire del sistema malavitoso partenopeo, assassinato a Pomigliano d’Arco il 20 luglio 1998, nei pressi del pastificio in cui lavorava – abbiamo parlato con Bruno Vallefuoco, padre di Alberto, oggi coordinatore campano dei familiari delle vittime innocenti di criminalità e referente regionale del settore Memoria di Libera.

Bruno Vallefuoco, partiamo innanzitutto dall’associazione che rappresenta, il Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità, e dal tipo di supporto che offrite alle famiglie purtroppo coinvolte in tragedie causate dalla malavita.

«Il nostro supporto consiste nel cercare di riempire quel vuoto che abbiamo trovato quando è successo a noi. Quando si vive una tragedia come quella che in tanti hanno vissuto, ossia la perdita di un proprio caro, dopo i primi momenti di attenzione da parte della politica o dei mass media, finisce tutto, si resta soli con il proprio dolore e con tutte le problematiche che ne conseguono. In Italia, infatti, non è previsto un supporto psicologico per le vittime – a differenza del resto d’Europa –, così come non è previsto un supporto giuridico. Non c’è nessuno che ti accompagni in certi percorsi. Noi, con il Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità – nato all’interno di Libera –, vogliamo soltanto riempire quel vuoto, colmare quell’assenza. Di nuovi casi, purtroppo, ce ne sono tantissimi. La nostra, quindi, è una sorta di task-force, un intervento per portare quella solidarietà e quella vicinanza che solo chi ha già vissuto lo stesso dolore può condividere. Inoltre, grazie alle convenzioni con l’ordine degli psicologi e con l’ordine degli avvocati, possiamo offrire sostegni più che concreti. Insomma, cerchiamo di accompagnare i familiari in ogni fase, anche quella burocratica, del percorso per il riconoscimento dei diritti delle vittime. Nel nostro Paese, la legge è giustamente garantista verso gli accusati, troppo spesso, però, indifferente nei confronti di chi subisce.»

Per ciò che concerne il mondo politico, invece, ci si sente aiutati o, in qualche modo, compresi? Come si relaziona quest’ultimo alle famiglie delle vittime? 

«Sto per dire una frase piuttosto dura: passato un morto, se ne fa subito un altro. Quando succedono episodi eclatanti in cui si capisce presto che la vittima è innocente, i giornali e l’indignazione dell’opinione pubblica fanno pressione sia sulla politica che sulle forze dell’ordine. In quei casi, allora, c’è la passerella, si fa la corsa per la fascia tricolore. Fatto un morto, però, ce n’è subito un altro. Si passa in fretta a un’altra sfilata.»

Da coordinatore e da padre di Alberto, anche lui vittima di camorra, molte sono state le occasioni in cui ha incontrato la famiglia di Antonio Landieri. Che cosa vi siete detti?

«Con la famiglia Landieri ci conosciamo da tempo, sin dai primi momenti successivi ai fatti del 2004. Anche in quel caso, Antonio è stato ucciso numerose volte: prima dalle pallottole vigliacche della camorra che lo ha colpito alle spalle, poi dal cattivo giornalismo, infine dalle istituzioni che ne hanno infangato la memoria. Su di lui si è detto di tutto: che era un criminale, che era l’obiettivo dei killer, che era uno spacciatore, addirittura un grossista di spaccio. Prima di arrivare a un riconoscimento dell’innocenza di Landieri sono passati molti anni durante i quali noi siamo stati vicini alla famiglia, accompagnandola in un cammino lungo e difficile. Per noi il ragazzo era innocente e lo abbiamo capito subito dopo aver conosciuto chi lo amava e parlato con chiunque lo aveva conosciuto. La sua innocenza, per la nostra associazione, era fuori discussione, per lo Stato no. Gli hanno addirittura vietato i funerali.»

Suo figlio Alberto è stato ucciso che era poco più che ventenne. Oggi, la camorra arma mani ancora più giovani. Cosa si può fare per non lasciar subire il “fascino” della malavita ai ragazzini che nascono nelle cosiddette zone difficili?

«Creare alternative. I ragazzi devono essere affascinati da altro. Bisogna dare spazio agli esempi positivi che sono in tutti i quartieri, da Scampia a Forcella, ma anche al Conocal. Sono tanti, però non fanno rumore, e qui me la prendo soprattutto con i media. Non se ne parla mai. Scampia, ad esempio, è stata la maggiore piazza di spaccio d’Europa, ma è anche il posto con il più alto tasso di associazionismo rispetto a tutto il resto di Italia, non solo di Napoli. Tuttavia, questo non si racconta. Abbiamo, poi, le fiction che forniscono ai ragazzi un eroe – anche se negativo – e un linguaggio da imitare. Cosa può fare, dunque, lo Stato? Creare alternativa, creare lavoro. Non è possibile che a Scampia, come a Forcella, come al Conocal, come alla Sanità, per un giovane l’unico modo per potersi affermare è prendere in mano la pistola. L’affermazione sociale, in certi ambienti, si pensa che si possa ottenere soltanto con quel sistema.»

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