Il Fatto

Biotestamento, Mina Welby: “Le persone non devono più avere paura”

L’emozione nella voce di Mina Welby, accompagnata da quel suo sorriso dolce che ha illuminato uno dei giorni più belli della storia della Repubblica italiana, supera ogni distanza telefonica, irrompe violenta nel cuore di chi la ascolta, contagia e commuove. Corpo piccolo e apparentemente fragile, animo giovane e combattente, la donna che esulta nelle istantanee che eternano un momento fondamentale per i diritti della persona, ha lo sguardo vivo ma stanco, come quello di chi ha camminato a lungo e sa di non poter riposare, non ancora, perché le domande a cui dare risposta non sono affatto finite. Quello che ha portato a un sussulto di dignità piuttosto tardivo di questa legislatura ormai agli sgoccioli, per la moglie di Piergiorgio, così come per Beppino Englaro e per tutti i parenti delle vittime di un sistema politico che non le ha rispettate, è stato solo un altro straordinario gesto d’amore. Ma non l’ultimo.

È notizia di ieri 14 dicembre l’approvazione a Palazzo Madama, dopo mesi di giacenze, rinvii e undici lunghi anni di battaglie, della legge sul biotestamento, con centottanta voti favorevoli, settantuno no e sei astenuti.

«Sono molto contenta, lo siamo tutti qui in associazione (Luca Coscioni, n.d.r.). È un momento particolare. Nei giorni scorsi ero già stata in Senato, avevo visto tutte le bocciature ai vari emendamenti e questo mi aveva confortato abbastanza. Sapevo, però, che ci sono tantissimi meccanismi per i quali le persone poi non votano come vorrebbero o come dovrebbero. Quella in discussione era una buona legge, tuttavia credevo fino alla fine che avrebbero fatto qualche “sgambetto” pur di non approvarla. Sinceramente, ieri ero molto chiusa in me stessa, un po’ nervosa. Quando, però, ho visto il grande numero delle persone che sul tabellone risultavano favorevoli, tutti quei verdi che di solito erano rossi, ho provato una grandissima gioia, un’emozione enorme. I numeri mi hanno veramente confortato. Sono molto contenta.»

Anche in Italia, dunque, vengono finalmente introdotte le DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento), attraverso le quali – come spiegato nel ddl poi discusso – ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, può esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, affidandosi anche a una persona di sua fiducia che la rappresenti nelle relazioni con il medico. Esse, inoltre, sono vincolanti per il medico che, quindi, non risponderà né civilmente né penalmente del suo operato, e possono essere revocabili, anche oralmente, in presenza di almeno due testimoni.

A sostegno di questo importante passo in avanti per il rispetto della libertà di scelta di ciascuno, anche l’introduzione del consenso informato che promuove e valorizza la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico in cui si incontrano l’autonomia decisionale del primo e la competenza, l’autonomia professionale e la responsabilità del secondo, con chiaro rimando all’articolo 32 della Costituzione. Particolare attenzione, infine, è rivolta ai minori e agli incapaci, il cui consenso è espresso da chi esercita la responsabilità genitoriale, dal tutore o dall’amministratore di sostegno, tenuto conto della volontà dell’ammalato.

«Da ieri», ha continuato Mina Welby ai nostri microfoni, «si ha la possibilità di decidere per se stessi, una libertà che è un diritto fondamentale – ormai affermato per legge – di cui le persone non devono più avere paura. Nemmeno il medico deve più avere paura se il paziente chiede di staccare un respiratore o interrompere un trattamento sanitario, lì dove il dottore sa che questo comporterebbe la morte dell’ammalato. Ci sono delle situazioni dove le terapie non sono più utili per la salute, per migliorare, per il benessere del malato, il quale ha tutto il diritto di non riceverle. Il medico, quindi, anche in questo senso, deve veramente aiutarlo e accompagnarlo, non può tirarsi indietro. E se non è disposto a farlo, deve trovare qualcuno che lo faccia al suo posto. Le nostre battaglie, comunque, non si fermeranno qua. Adesso abbiamo la libertà di scelta, sia quando siamo vigili sia quando non lo siamo ma abbiamo espresso le nostre volontà per iscritto. Manca, però, la morte volontaria assistita, a cui tengo molto, e spero che in futuro se ne discuta anche con la popolazione. Bisogna applicare, inoltre, le cure palliative – la cui legge di riferimento esiste da sette anni –, che oggi sono applicate soltanto al 30%. Bisogna, quindi, trovare un modo per aggiornare i medici e formarne di nuovi già in fase di studio, con dei corsi, spero un domani, obbligatori per la laurea. Con le odierne tecniche mediche e la farmacopea così puntuale e invasiva sul corpo delle persone, servono cura e vicinanza, empatia. Non sempre le terapie sono facili da sopportare.»

Quella che sembrava una partita ormai persa, l’ennesimo rinvio di un Parlamento che non vuole più rispondere alle esigenze del Paese, che cancella i diritti, calpesta la dignità e priva le persone di una qualsiasi possibilità di scelta, annullando una Costituzione che, in cambio, tutela l’uomo e il suo essere cittadino, inaspettatamente ha subito, quindi, un cambio di rotta, non nei tempi – decisamente troppo lunghi – quanto negli esiti. Solo poche settimane fa, la sfiducia contagiava promotori e sostenitori della legge, persino Papa Francesco che, sorprendendo tutti, dichiarava moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico in seguito definito proporzionalità delle cure. Un assist importante quanto necessario il suo, al punto da far cadere l’alibi di parte dell’opinione pubblica e politica, nascostasi dietro la scusante fede. Certo, il no deciso delle destre resta, così come resta la paura che in una loro prossima elezione questo sacrosanto diritto a un fine vita dignitoso possa essere nuovamente compromesso. Tuttavia, il riverbero di decenza della legislatura in dirittura d’arrivo ha, finalmente, scosso gli animi, anche di chi aveva atteso una mossa guardando dalla finestra, forse non pienamente conscio della portata dell’argomento trattato.

La battaglia combattuta in tutti questi anni da Piergiorgio, Eluana, Dj Fabo e da tanti altri, ancor prima che da chi li ha amati, non li riporterà indietro, ma permetterà a ciascuno di noi di vivere o morire con una serenità e una dignità che l’egoismo dei tanti ha impedito loro, generando dolore su dolore. Non vincono, dunque, i Radicali, non vince il PD e nemmeno il MoVimento 5 Stelle. Con questa legge, ieri, ha vinto chi per essa ha smesso di respirare, ha vinto chi ci ha creduto davvero, ha vinto la vita.

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