Il Fatto

I bambini che non nascono: l’Italia che muore

La vita è una fiamma che via via si consuma, ma che riprende fuoco ogni volta che nasce un bambino.

È una fiamma che non brucia la vita in Italia. Un amore che si muove sconsolato nell’ombra, solo nella passione di un abbraccio che non vedrà la luce del domani. È un nodo in gola che strozza quella sillaba che non si ripete, un labbro che non sfiora l’altro, l’odore di fumo di una candela appena sciolta. È un figlio abbozzato su carta e una mamma che non nasce. Un fiocco colorato che nessuno esporrà.

La culla è vuota. Una giovane la fissa, pensa che le piacerebbe poterla riempire di coccole e pannolini, di un profumo di borotalco che non vorrebbe più lavare via, ma i bambini, in questo Paese, sono restii a venire al mondo, hanno paura.

Quando ad avvolgerli potrebbe essere il tricolore, sono sempre meno i neonati che, per la prima volta, si affacciano alla vita dalle Alpi piuttosto che dagli Appennini, l’Istat ce lo ripete anche quest’anno. Dal 2008, ma stavolta registrando il minimo storico, si contano poche, pochissime nascite nel Bel Paese. Nel 2017, infatti, sulla penisola sono nati soltanto 464mila bambini, con una percentuale più bassa del 2% rispetto al precedente record più negativo dall’Unità d’Italia, databile al 2016, quando a essere concepiti furono 473mila figli. Di conseguenza, l’età anagrafica nazionale si sta inevitabilmente alzando, stabilizzandosi su una media di 45 anni, con il 64.1% della popolazione che ha tra i 15 e i 64 anni.

È la nona volta consecutiva, procede l’istituto di statistica, che le nascite diminuiscono. Dall’avvento della crisi economica a oggi, infatti, pensare di mettere al mondo un pargoletto si è fatto sempre più difficile. Il precariato, la disoccupazione, l’imprevedibilità del futuro – quando si riesce a immaginarlo – inibiscono la creazione di una famiglia, l’arrivo di un domani di speranza e ricambio generazionale. Inibiscono persino la libertà nel viversi un amore in piena consapevolezza.

I dati, ovviamente, variano da regione a regione, ma interessano gran parte del territorio nazionale. La riduzione dei venuti al mondo raggiunge il suo picco nel Lazio con una percentuale tanto allarmante quanto triste pari al -7% e nelle Marche al -5.3%. Gli unici esiti positivi, invece, si registrano in Molise (+3.8%), in Basilicata (+3.6%), in Sicilia (+0.6%) e in Piemonte (+0.3%). Invariato, infine, il numero medio di figli per donna stabile all’1.34. Tra le cause, la triste assenza di potenziali madri in età feconda tra i 15 e i 50 anni, le quali, infatti, dal 2008, risultano in un numero inferiore di 900mila unità, di cui 200mila in meno solo negli ultimi dodici mesi.

Coloro che scelgono di diventare mamme, inoltre, sono sempre più adulte, stabilendosi in una fascia d’età che si muove dai 33.8 anni di un decennio fa ai 35.2 anni del 2018. L’orologio biologico, dunque, si è rapidamente spostato in avanti, riducendo, però, il tempo a disposizione per procreare e innalzando vertiginosamente l’età del parto intorno ai 31.8 anni. Intanto, a confermarsi regione più prolifica del Paese pensa il Trentino con la provincia di Bolzano che sfiora quasi i due figli per donna (1.75), seguita dalla provincia di Trento (1.5), dalla Valle d’Aosta (1.43) e dalla Lombardia (1.41). Per il Sud, invece, probabilmente sarà necessario chiedere al Nord Europa.

È una mamma senza figli questo nostro Stivale, una terra desolata dove nemmeno i bambini ridono più. Salvini dice che è colpa degli immigrati e della sostituzione etnica che gli sbarchi siciliani hanno attivato. Noi, invece, diciamo che la colpa è di chi, come lui, ha rubato il domani nostro e di una famiglia che non potremo creare perché precari, disoccupati, scoraggiati. Vittime di un abuso di potere che ha sterilizzato i sogni di intere generazioni, abbandonate a se stesse.

Non nascono bambini, in Italia, ma muoiono più persone, anche questo sentenzia l’Istat. Nel 2017 si stimano 647mila decessi, 5.1% in più rispetto all’anno precedente, con numeri peggiori unicamente tra il 1917 e il 1918, al termine della Grande Guerra. Pochi neonati e molti anziani, un tasso di mortalità alto e un Paese sempre più vuoto di stimoli, passioni, ideali, innovazione. Un Paese sempre più privo di futuro. Ma se l’innalzamento dell’età media può essere una risposta alla percentuale di morti che si susseguono con insistenza, in tal senso, non va assolutamente ignorato il livello del sistema sanitario nazionale. Scarso, debole nei confronti dei più fragili, elitario e in via di privatizzazione totale. Un sistema che non cura ma uccide, terreno fertile dei tagli di una politica scellerata che alla salute dell’individuo predilige il benestare delle case farmaceutiche. Se continuiamo in questa direzione nel 2047, in Italia, avremo 400mila nati e 800mila morti: è quello che vogliamo? Tuona il demografo Giancarlo Blangiardo.

Intanto, la culla è ancora vuota. Una donna la fissa e si stringe le mani. Pensa che le sarebbe piaciuto sentirsi chiamare “mamma”, ma non lo ha fatto mai nessuno. Nel frattempo, però, i giorni passano, i capelli crescono e cambiano colore. È stanca, la donna, proprio come il suo Paese, quello che si è preso tutto e non le ha dato niente. Nemmeno l’amore di un figlio.

La fiamma si è spenta.

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