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Automobilisti e cultura dello stupro

Immaginate una serata tra amici, trascorsa tra risate, balli e, magari, anche qualche bicchiere di troppo. Per evitare multe per guida in stato di ebrezza e incidenti, due dei componenti della compagnia, una ragazza e un ragazzo, che hanno fatto baldoria, decidono di usufruire di Uber, la famosa azienda che fornisce un servizio di trasporto automobilistico privato attraverso un’applicazione mobile che mette in collegamento diretto passeggeri e autisti. Il conducente arriva e fa accomodare i clienti, riaccompagna l’uomo a casa, mentre quando è il momento di far scendere la donna, la blocca e la violenta, lasciandola poi singhiozzare e denunciare tra le lacrime quanto è accaduto, seduta sulle scale dell’atrio del suo palazzo. Questo è quanto è successo a una ventiseienne di Miami nel settembre del 2017, la cui serata di divertimento si è trasformata in un vero e proprio incubo quando Frederich Gaston, cinquantenne automobilista di Uber con precedenti, l’ha sovrastata e ha abusato di lei. A oggi, dopo la denuncia della ragazza, l’uomo è in carcere con l’accusa di violenza sessuale, tuttavia, nonostante la reclusione, non appare per nulla pentito di quello che ha fatto anzi, stando alle dichiarazioni, risulta persino fiero delle sue azioni, come se fossero normali, reputando l’accaduto come uno dei benefici extra del suo lavoro, che gli ha permesso di fare del buon sesso e conoscere belle donne.

D’altronde, sembrerebbe che molti dei suoi colleghi la pensino come lui, poiché una recente inchiesta della CNN ha svelato che, soltanto negli ultimi quattro anni, almeno 103 guidatori di Uber sono stati accusati di aver abusato sessualmente dei loro clienti negli Stati Uniti. Il numero, però, potrebbe essere anche più elevato poiché molti casi non sono stati ancora verificati e quindi non inclusi nelle statistiche. Sta di fatto che non è per niente raro il pattern per cui gli autisti della famosa azienda, prima di riaccompagnare a casa le donne che si rivolgono a essa, le stuprino. Per di più, quelli della grande società sopracitata non sono gli unici perpetratori di questa usanza: anche molti della compagnia di trasporti Lyft, infatti, non ne sembrano esenti, con almeno 18 casi di molestia e abuso ai danni dei consumatori registrati.

Per leggere di eventi che raccontano di automobilisti che hanno approfittato delle proprie passeggere, comunque, non è necessario rovistare tra gli scheletri nell’armadio di queste note compagnie ancora non usufruibili in Italia, poiché basta sfogliare i giornali del Bel Paese per trovare articoli di cronaca che narrano fatti simili, come, ad esempio, il caso recente di un tassista abusivo che ha approfittato di una ventenne in stato d’incoscienza e di un altro che ha abusato di una trentaduenne stordita. Se si leggono con attenzione le storie su accennate, inoltre, spesso ricorre il dettaglio per cui le donne coinvolte ritornavano da feste dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo. Molti, quindi, si appelleranno a questo particolare dicendo che le vittime se la sono cercata, sottolineando che avrebbero dovuto evitare di bere e di rincasare con degli sconosciuti. A quanti pensano ciò viene da domandare: sarebbe stato meglio che le signorine in questione avessero usufruito delle loro automobili pur avendo bevuto, rischiando un incidente mortale? O, magari, avrebbero fatto bene a uscire solo se sicure di poter essere scortate costantemente da un cavaliere in armatura, pronto a difenderle in caso di necessità? Forse, per costoro, sarebbe stato più opportuno che tutte queste ragazze piene di vita fossero rimaste rinchiuse in casa a fare la maglia, piuttosto che godersi una serata in compagnia, perché non è accettabile che una donna a modo alzi troppo il gomito. Come se non bastasse, poi, questi stessi individui contesteranno anche il fatto che alcune delle donzelle sono rimaste impassibili mentre venivano stuprate, negando quindi che si sia effettivamente trattato di abuso, poiché quelle che si dichiarano vittime erano in realtà consenzienti e partecipanti all’atto, ignorando che in realtà il non reagire, come dimostrato da una ricerca svoltasi in Svezia, è un meccanismo neurobiologico che si attiva involontariamente nella mente delle vittime di stupro, una paralisi involontaria chiamata immobilità della tonicità che impedisce di combattere contro il proprio aggressore.

A partire dagli anni Settanta, la letteratura femminista ha coniato l’espressione rape culture, tradotto con cultura dello stupro. Con tale dicitura si voleva denunciare come in alcune società lo stupro venisse e venga tuttora considerato una violenza facente parte del tessuto culturale della comunità, un qualcosa che non desta poi così tanto scandalo perché, per l’appunto, sistematico. Ma se in alcuni contesti questa rape culture nasce perché tale atto non viene designato dalla legge come crimine, dall’altro deriva da quel poco scalpore che provoca un caso di violenza in quelle comunità in cui è, invece, considerato reato. Anzi, è specialmente in questi luoghi che essa continua a fiorire, poiché, benché l’abuso sessuale venga guardato come penalmente perseguibile, si perpetua la sua normalizzazione, sia quando non ci sorprende che una ragazza sobria abbia subito una violenza da un famoso calciatore sia quando si incolpa la vittima di aver bevuto troppo, di aver portato una minigonna troppo corta, di essere uscita da sola a un’ora eccessivamente tarda, di non aver reagito all’aggressione o di essere salita in macchina con uno sconosciuto.

Nonostante negli ultimi anni numerosi siano stati i movimenti, le associazioni e le iniziative che hanno deciso di ribellarsi a questa standardizzazione delle sevizie sulle donne, però, le parole e i gesti di Frederich Gaston e di tutti i suoi colleghi che includono nel prezzo della corsa anche l’abuso della cliente non fanno altro che dimostrare che non bastano leggi, manifestazioni e quant’altro per combattere questa cultura, poiché sin troppo radicata non solo nel tessuto sociale, ma anche nella mente degli individui che ne fanno parte.

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