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artperformingfestival: l’arte, i nativi digitali e il futuro del mondo

Nelle giornate di metà agosto, termina al PAN (Palazzo delle Arti di Napoli) la IV edizione dell’artperformingfestivalcurata da Gianni Nappa, che ci ha proposto – dal 20 luglio al 14 agosto – l’articolata e consolidata formula delle mostre e delle performance d’arte. L’evento ha visto la presenza, nelle diverse edizioni, di oltre duecento artisti provenienti dai circuiti nazionali e internazionali delle arti visive, partecipando a una rete di curatori, festival e rassegne interessata all’attualità dei linguaggi e delle sperimentazioni artistiche, che portino a una migliore comprensione delle espressioni dell’arte attuali, del contesto ambientale di cui fanno parte e del loro futuro.

Cosa lega l’arte alla scienza? Quali sono i rapporti tra gli artisti e la tecnologia? Sono queste le domande che gli organizzatori hanno fatto a se stessi, agli artisti, agli operatori della cultura e ai tanti visitatori/partecipanti, compagni di strada in un viaggio intitolato Native Digital Generation – Il mondo che verrà. La quarta edizione del festival presentata a Napoli, infatti, ha proposto, la relazione della tradizione con le materie e l’innovazione delle sperimentazioni video e digitali, al fine di comprendere quali possano essere i limiti, le possibilità e le qualità salienti dell’esperienza artistica, tra tradizione e innovazione, al tempo di internet e della globalizzazione.

Art Performing FestivalOltre alle opere degli artisti in connessione presenti alla mostra per l’intero periodo, nelle giornate dal 20 luglio al 2 agosto, al festival delle performance, i visitatori hanno assistito alle prove di tanti performers provenienti da diverse parti d’Italia e del mondo. Dal 3 al 6 agosto, inoltre, si è svolta la III Rassegna Teresa Mangiacapra, con la proiezione di video performance, video art, video documentazione art e performance e video dedicati all’ambiente.

Per ragioni di spazio, chi scrive citerà soltanto alcune delle esperienze artistiche a cui è stato presente, nella ricca programmazione offerta dall’artperformingfestival, riuscendo a interagire e riflettere insieme agli autori. Penso a Intimacy di Renata Petti & Rino Petrozziello, ad esempio, dove il visitatore entra nella installazione interattiva multisensoriale site specific, formata da quattro valigie baule fatte a uncinetto e poi resinate su lastre specchianti, in un ambiente tecnologicamente condiviso con le persone interagenti. O anche a Ombramalombra/Il dialogo muto dell’empatia, una video performance interattiva con il pubblico di Ezia Mitolo, durante la quale, come spiega la curatrice Cristina Principaledue persone sconosciute si ritrovano nella condizione di interagire attraverso un filtro di tessuto elastico sul quale si staglia la proiezione in presa diretta di particolari del corpo di uno dei due. L’intenzione è quella di dare immagine al processo empatico e a quell’armonia che si manifesta quando avviene l’intesa con il pubblico chiamato a partecipare attraverso la comprensione estetica.

Particolarmente emozionanti sono state le performance di Mina D’Elia e di Helen Spackman, che hanno messo in scena l’ineliminabile e vitale rapporto tra gli esseri umani e la natura. La prima artista ha mostrato che noi stessi siamo natura, mentre la seconda ha ricordato il valore della memoria e della conservazione degli oggetti naturali e di quelli appartenenti alla vita quotidiana, che rimandano a quella seconda natura che chiamiamo cultura.

Durante i quattro giorni della rassegna Teresa Mangiacapra, tra i tanti contributi di qualità, ha impressionato la video performance di Kyrahm intitolata Davide e Golia, dove viene ripreso il racconto, intenso e sofferto, di un imprenditore napoletano che si è ribellato alla camorra, denunciando i suoi persecutori e iniziando un disperato percorso sociale e giuridico alla ricerca di una possibile giustizia. L’artista Silvia Morandi, inoltre, ha presentato il video della sua opera Before I was born, dove gli attori della performance si muovono, interagendo o a volte rinchiudendosi nella propria individualità, in un ambiente dove, in maniera illogica, convulsa, si vestono e poi si liberano dei panni sociali, forse perché insofferenti dei ruoli societari che indossano nella commedia umana.

Art Performing FestivalPer la sezione dedicata alla video documentazione, interessanti sono stati i filmati dedicati in maniera più diretta a quella critica sociale della storia, che abbiamo visto seguendo, per esempio, Women Mobilized for Change – 1966 to 1974 di Carron Little, realizzato nel 2016 rimettendo in scena un periodo di lotte per l’emancipazione economico-sociale e culturale delle donne e, nei modi dell’arte che mette insieme la mitologia, il passato e il presente del discorso sul genere, La certezza e il dubbio di Luigi Montefoschi.

Ci piace raccontarvi, infine, della mostra collaterale del programma di artperformingfestival che si è svolta allo spazio culturale WeSpace di Willy Santangelo, dove rose sélavy + re:merda hanno proposto un’installazione interattiva site specific, con l’intervento sonoro di Tommaso Galli, intitolata Orizzonte Na8-10Al6Si6O24S2-4. Il viaggio organizzato dalle giovani artiste è stato realizzato in quattro stanze consecutive che evocano, ci raccontano le protagoniste, altrettante tappe – fisiche e simboliche –  di un percorso migratorio, che ha come meta l’orizzonte oltre il mareLe immagini e i suoni ripercorrono, nello spazio dell’installazione e nel tempo emotivo vissuto dal visitatore, la drammatica esperienza degli uomini e delle donne che attraversano il mare alla ricerca di un luogo sicuro e accogliente.

Nella società contemporanea, caratterizzata dalla digitalizzazione dei contenuti e delle forme della comunicazione umana, questo approdo è spesso negato da chi costruisce muri e disegna confini artificiali, generati dalla paura dell’altro da sé. Essa si esprime nell’indifferenza o peggio nella violenza che annientano il senso di umanità e la solidarietà, che non dovrebbero mancare, invece, nelle comunità umane, per ricordare all’individuo la sua appartenenza a una specie e donare un futuro migliore al cammino dell’Homo Sapiens, che da tempo non riconosce più il pianeta Terra come casa comune di tutti gli esseri viventi.

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