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“Artecinema”, il Festival dove l’arte si guarda allo specchio

È davvero difficile per il cinema, attraverso le sequenze di immagini che produce e le emozioni che queste provocano, raccontare l’arte e in particolare il qui e ora di quella contemporanea.

Artecinema, il Festival Internazionale di film sull’Arte contemporanea – la rassegna organizzata dall’Associazione Culturale Trisorio, di cui si è appena conclusa la ventiduesima edizione – riesce da anni, durante poche serate intense e affollate di pubblico, a dare una panoramica sui contributi che la cinematografia ha offerto nei tempi più recenti sull’arte che riflette su se stessa.

Dal 19 ottobre, con la prima serata al Teatro San Carlo, e poi nel corso delle tre successive al Teatro Augusteo fino al 22 ottobre, quindi, ci sono state venticinque proiezioni di pellicole a essa dedicate, ai suoi protagonisti e ai contesti privati e pubblici dove ne nasce il bisogno, che poi si confronta con le difficoltà esistenziali dei singoli artisti e con le regole dell’organizzazione societaria di cui fa parte.

Per la maggior parte del pubblico è stato difficile seguire tutte le opere proposte, ma una riflessione sullo stato dell’arte è possibile. Ci limitiamo, dunque, a segnalare quei passaggi che ci sembrano significativi sull’elaborazione personale dell’esperienza creativa, sul rapporto tra arte, architettura e tecnologia e rispetto degli ambienti naturali, e sull’arte ideata e prodotta dalle donne, tra mille ostacoli individuali e sociali.

Con il prezioso film Frei Otto: Spanning the Future di Joshua V. Hassel (USA, 2016) e il coinvolgente The Bamboo School of Bali di Richard Copans (Francia, 2016), ad esempio, abbiamo riflettuto assieme agli autori sulla possibilità di coniugare l’uso delle tecnologie costruttive con le preoccupazioni ambientaliste, nel tentativo di contenere la pratica artistica nell’ambito della sostenibilità ambientale ed economica.

Considerazioni più immediatamente sociali, invece, ci sono state proposte da Live Art:14 Rooms e Live Art: Take Me (I’m Yours), opere di Heinz Peter Schwerfel (Francia, 2014 e 2015), dove veniva mostrata la possibilità di un diverso rapporto, meno “museale” o “consumistico” ma più sociale, appunto, tra artisti e visitatori, che partecipano direttamente agli eventi a cui assistono, toccando le opere esposte o interagendo con i performer presenti nelle “stanze artistiche”.

La proiezione di Objectif femmes di Julie Martinovic e Manuelle Blanc (Francia, 2015), infine, ci ha regalato, in meno di un’ora, una breve ma intensa storia dell’arte fotografica al femminile.

Dalle opere di fotografe come Berenice Abbott, Julia Margaret Cameron, Imogen Cunningham, Nan Goldin fino alla misteriosa Vivian Maier e al percorso di vita e arte di Francesca Woodman, il film ci ha parlato di straordinarie protagoniste dell’arte fotografica, spesso non conosciute dal grosso pubblico. Da sempre, infatti, la “storia ufficiale” dell’arte, come quella della società e del mondo di cui fa parte, la scrivono gli uomini.

Alcuni momenti più coinvolgenti e “illuminanti” della rassegna, però, noi spettatori li abbiamo vissuti con diversi film o parti di opere che si soffermano sulla sofferenza personale dell’artista e sul conflitto con l’orizzonte familiare e sociale di origine.

In tal senso, è stata emblematica la storia di vita e di arte filmata in Louise Bourgeois di Nina e Klaus Sohl (Germania, 2007). La grande artista, il cui nome dà il titolo a questa lunga e intima intervista, ha raccontato della sofferta e simbolica “distruzione del padre”, durante la quale lei è riuscita, grazie alla pratica artistica, ad allontanarsi, fisicamente e nella sfera affettiva, dalle piccole e grandi crudeltà dell’ambiente familiare e poi comunitario in cui era rinchiusa.

Un esempio vitale, quindi, sul come e perché nasca la necessità dell’espressione artistica, che per molti è una “fuga” dalle gabbie psicologiche e sociali nelle quali vivono e fanno esperienza del mondo.

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