Il Fatto

Applausi, fischi e selfie: è l’Italia la tragedia

Applausi, fischi e selfie. Nel giorno dei funerali di Stato e del lutto nazionale per le vittime del tragico crollo del Ponte Morandi di Genova, lo stesso sabato che ha segnato il ritorno dei cori negli stadi e la prima storica partita di CR7 in bianconero, su tutte le tv nazionali è andato in onda l’ennesimo spettacolo targato Italia, contraddistintosi, anche questa volta, per la maniacale cura dei dettagli e uno spiccato senso dell’orrido.

Mentre ancora si scavava tra le macerie di quella che è stata un’arteria fondamentale per la mobilità del capoluogo ligure, infatti, in zona Fiera, per l’occasione adibita a camera ardente presso il padiglione blu, due personaggi illustri del circo di Montecitorio hanno fatto la loro comparsa sulla scena, accompagnati da applausi scroscianti, strette di mano, e perché no, una buona dose di selfie in memoria di una mattinata d’agosto fuori dall’ordinario. Tirati a lucido, sguardo fiero e abito scuro a prova di telecamera, i Vicepresidenti del Consiglio Matteo Salvini e Luigi Di Maio, rispettivamente Ministro dell’Interno e Ministro del Lavoro, hanno calcato il palco con fare pratico ed esperto, ricordando ai più quanto fosse scontato l’esito delle elezioni del 4 marzo e oscurando, come se ce ne fosse ancora bisogno, il Premier (?) Giuseppe Conte di cui si registra la presenza perché inchiodato dalle immagini.

Tra le lacrime di una comunità profondamente scossa, come il gatto e la volpe di popolare memoria, il duo pentaleghista ha recitato perfettamente la parte, spingendosi lì dove persino l’indecenza si era preclusa di arrivare. Con un Salvini finalmente rivestitosi e un Di Maio che dal Vaffa Day ancora non si è ripreso del tuttoVe lo prometto, quella gente non metterà più le mani sulle nostre autostrade –, infatti, corredata da foto-ricordo come in riva a una spiaggia pugliese, acclamazioni, slogan e pure qualche fischio ai circensi che furono, la giornata di sabato non si è fatta mancare nulla, neppure le risate. In fondo, lo dicono tutti, si ride più ai funerali che ai matrimoni. Nel nostro Bel Paese lo sapevamo bene già nel 2009, quando L’Aquila ancora non aveva smesso di tremare e al telefono qualcuno non riusciva a non divertirsi monetizzandone le conseguenze. Da allora, sono trascorsi un bel po’ di anni, ma gli sciacalli continuano a sghignazzare, puntuali come le sciagure che ormai non ci lasciano tregua.

Terremoti, alluvioni, incendi, valanghe, crolli, lo Stivale non è mai domo. Con cadenza costante, vede i titoloni susseguirsi sui giornali, le trasmissioni dedicate, i post strappalacrime e le foto delle vittime. Persone normali ammazzate da un Paese che normale non è. Un Paese dove persino gli effetti dei fenomeni naturali si scoprono, il più delle volte, riconducibili alla mano dell’uomo. Politica e affari, le impronte son le stesse, insensibili ai temi della sicurezza e della prevenzione, ma innamorati del proprio tornaconto. Omissioni, incuria, ruberie di ogni tipo, la storia si ripete: ognuna delle catastrofi che le cronache ci raccontano di anno in anno si rivela sempre conseguenza di gravi irresponsabilità, di quell’associazione a delinquere che Stato e privati hanno messo su per spalleggiarsi e sopravvivere, coprendosi vicendevolmente. Per questo, quando ci dicono che è il momento del silenzio le scatole ci girano parecchio. Perché quando si è dinanzi a degli omicidi, come nel caso genovese, non si può proprio tacere. Certo, è la giustizia che deve fare il suo corso; certo, non saremo noi a sostituirci a essa; certo, non è sui social che si scopre la verità. Ma alzare la voce, fare delle domande, pretendere delle risposte che nella terra dell’omertà non sono mai arrivate è tutto quanto ci resta.

Non chiediamo proclami, non chiediamo capri espiatori, quelli i ponti non li reggono e nemmeno i processi veri. Chiediamo verità. Chiediamo che la gente si svegli e smetta di trovare scuse come quelle fornite allo scempio di sabato. Chiediamo di non dover più dire che era prevedibile, che si sapeva, che qualcuno avrebbe dovuto agire prima. Martedì si è trattato del Ponte Morandi, si è trattato di Genova. Come fin troppo spesso, si è trattato del capoluogo che, innumerevoli volte, in balia delle piogge, si è accartocciato su se stesso, delle strade raccontate da De André, della città che ha visto la sospensione dello Stato nel 2001, quando a una calamità naturale si è sostituita una divisa sporca di sangue. Ma domani? Di chi sarà il turno domani?

Tra un anno ripercorreremo quelle ore, quelle di un funerale, un altro, nel nome di un assassino che si chiama sempre allo stesso modo, capitalismo. Riparleremo, quindi, di quel 14 agosto che ha cambiato la storia di un numero troppo grande di famiglie e dell’intera comunità ligure, sgretolandola. Sarà una data, una in più, il giorno del crollo del ponte, da scrivere in rosso sul calendario della memoria di un Paese che commemora ma non ricorda. Ne ridiscuteremo, ovvio, ma avremo già dimenticato. O staremo contando altri morti. Campobasso, L’Aquila, Viareggio, Amatrice, Rigopiano, Ischia. Le disgrazie, in questa terra senza vergogna, sono prassi quotidiana.

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