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Il Fatto

Addio ad Andrea Camilleri: l’eredità che ci ha lasciato

Quando a salutare è un uomo come Andrea Camilleri, un Maestro di vita e un faro della cultura, un innovatore del genere letterario a cui si è dedicato, un punto di riferimento per giovani e adulti, colleghi o semplici lettori, un amico, un compagno, un gentiluomo, un elegante pittore della parola, l’aspetto più dolce e romantico dei primi attimi che seguono la luce che si spegne sul volto dell’artista è legato ai ricordi e agli aneddoti di chi ha avuto l’onore di condividere con lui anche solo un momento, una frase, un abbraccio.

Non ho mai avuto l’onore di incrociare il più influente scrittore italiano degli ultimi tempi, eppure, come ogni volta che il discorso verte attorno all’esistenza e all’opera di un gigante, anch’io posso dire di dovere ad Andrea Camilleri più di quanto lui non sapesse di avermi dato. Basta fare un giro sui social – solitamente impregnati d’odio e livore – per rendersi conto del vuoto con il quale combattono, oggi, migliaia, milioni di anime, lettori appassionati della scrittura di un uomo che non si è mai nascosto e che ha sempre affrontato l’onere della propria popolarità con la responsabilità che doveva.

Quando affrontai la pagina bianca per la prima volta con l’intento di vivere di questo meraviglioso mestiere che è il raccontare, un professore di un’altra materia dell’arte, uno dei primi a leggermi, mi invitò a cercare il Maestro siciliano conosciuto da tutti come il padre del Commissario Montalbano, sensibile e attento verso i giovani, sempre disponibile a dispensare consigli e ad aprire le porte di quel museo che è la sua casa di Roma. Oggi, diversi anni dopo quel giorno, avverto più forte la mancanza di un’esperienza che non ho vissuto e che mai avrò più la gioia di custodire tuttavia, se escludessi Andrea Camilleri dalla lista di persone a cui devo la mia passione per i libri e le storie che ingannano il tempo, la memoria e lo spazio, meriterei di essere tacciato di ingratitudine, come chiunque, dal suo esordio con Il corso delle cose (1978) o La forma dell’acqua (1994), prima indagine del poliziotto più amato dei romanzi e, successivamente, della tv.

Andrea Camilleri è stato copiato da ogni giallista che gli sia succeduto, eppure, nessuno è riuscito a sovvertire le regole di un genere che ricorda – intasato com’è – soltanto chi, come lui, ha regalato al giallo una nuova forma, una nuova lingua, un modo tutto diverso di rispettare gli stessi dettami. Commetterei – certo – un imperdonabile errore se limitassi l’opera del Maestro alla vita che ha regalato al Commissario Salvo, dell’immaginaria cittadina di Vigata, e non è certo intenzione di chi scrive tralasciare la straordinaria eredità sociale e politica narrata nel corso di una carriera in cui lo scrittore non si è mai risparmiato. Tuttavia, la lingua di Camilleri ha fatto e farà scuola ancora per tanti anni a venire. Cominciò a mescolare l’italiano al dialetto della sua Sicilia per leggere al padre le prime storie redatte da un autore già non più giovane ma ricco dell’entusiasmo degli anni ruggenti, poi, ha influenzato la cadenza della pronuncia di ognuno dei milioni di appassionati che nei volumi blu editi dalla casa editrice Sellerio, nel corso di questi decenni, hanno sempre saputo di poter contare.

Era la voce del Sud e la coscienza di un Paese che, invece, l’ha ormai smarrita, accecato da un razzismo che gli faceva paura e che non ha mai smesso di contrastare fino alle più recenti apparizioni in televisione, radio o suoi giornali, e della cui azione ancora non abbiamo apprezzato il valore e saputo rendere grazie. Nella semplicità dei suoi messaggi ha parlato, fino all’ultimo giorno, a tutti i ragazzi a cui non ha mai smesso di affidare il futuro, nei quali non ha mai smesso di credere. Non ha mai rinnegato il fascino che subì del fascismo, motivo per cui capì di essere, invece, un ribelle, un rivoluzionario, un’eco che voleva arrivare alla gente e trasmettere la lezione che egli stesso e la sua generazione avevano imparato pagando il prezzo del periodo più buio della storia d’Italia.

Dicono che i bravi giornalisti tengano pronto lì, nel cassetto, un coccodrillo per chiunque si avvicini all’età che coincide con il triste momento dei saluti, per qualsiasi personaggio dello spettacolo le cui condizioni di salute facciano presagire il peggio, dunque, alla notizia del ricovero di appena qualche settimana fa del Maestro Andrea Camilleri, qualcuno avrà provato a buttare giù qualche parola di riconoscenza. Il solo pensiero, però, ha paralizzato chiunque di questa redazione, ovviamente anche me. Il motivo è che questo giorno non aveva motivo e, forse, neppure il diritto di giungere, e all’idea della morte di qualcuno a cui si tiene nessuno si arrende mai. 

Mancherà la sua voce graffiata attraverso la quale condivideva il suo sapere mai scostante, quel patrimonio d’amore e cultura che chi – al contrario del sottoscritto – ha affidato a Facebook e Twitter il proprio dolore, stamani diffonde arricchendo l’immagine di un uomo che era un faro nel buio, sempre affacciato sul mare della sua isola, accogliente e generoso, unico, indimenticabile, eterno. Grazie Andrea, buon viaggio.

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