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Il Fatto

Addio a Luciano De Crescenzo: fotografò l’anima di Napoli

Nel mentre in queste ore la ragione leggermente affievolisce il dolore per la scomparsa di un grande della letteratura italiana, di un siciliano che la sua terra l’ha amata in modo viscerale e l’ha raccontata trasmettendo a tutti noi quell’amore, un altro grande ha aggiunto sofferenza su sofferenza a coloro che gli hanno voluto bene e lo hanno apprezzato, colui che in quanto all’anima della sua città l’ha fotografata non solo con i propri scatti raccolti nel libro edito da Mondadori nel 1979, La Napoli di Bellavista, ma anche con le parole, raccontandone e mettendo in scena la sua autentica essenza, nel bene e nel male, con raffinata ironia e l’eleganza tipica della vera cultura partenopea, molto lontana da certo intellettualismo di comodo e borioso.

Mai puntando il dito ma parlandone con rispetto, mai inutile polemica, mai critica qualunquista, mai giudice ma sempre comprensivo e amabile verso tutto ciò che riguardava la sua terra, come si conviene a un vero amante innamorato perso della propria donna. Questo era Luciano De Crescenzo, questo è l’uomo, lo scrittore, il regista, il filosofo, tra i migliori figli di Napoli, perché Partenope, di fatto, non l’ha mai lasciata e ne ha avuto nostalgia… anche quando sono a Napoli, come amava ripetere agli amici.

Tradotte in 19 lingue e diffuse in 25 Paesi, le sue cinquanta pubblicazioni con circa 18 milioni di copie vendute testimoniano il gradimento di un pubblico che ne ha apprezzato soprattutto la semplicità di linguaggio, in particolare in quei testi sulla filosofia greca a cui tanto era legato, divulgati anche attraverso la televisione. Così parlò Bellavista, però, la sua opera prima, fu un vero e proprio caso letterario con le circa 600mila copie vendute in poco tempo e la trasposizione cinematografica del 1984, anch’essa un grande successo.

Nel testo e poi nella pellicola, le differenze Nord-Sud raccontate con gusto, prive di stupidità, volgarità e cattiveria che purtroppo caratterizzano il nostro tempo, grazie anche alla partecipazione di grandi attori, uno su tutti Benedetto Casillo, il mitico Salvatore vice-sostituto portiere, che in occasione dei festeggiamenti per i 90 anni di Luciano De Crescenzo, ha reinterpretato il ruolo dopo ben 34 anni nel lavoro portato in scena al Teatro San Carlo con la regia di Alessandro Siani.

Sempre riservato ma aperto e disponibile quando si trattava di parlare della sua città o esserle utile, visto con diffidenza da certa intellighenzia per le  distanze dalla politica, in particolare da certa politica che per troppo tempo si è considerata depositaria del verbo, della cultura, rifiutò un seggio sicuro garantito da Forza Italia e l’unica volta che si espose lo fece per i radicali di Emma Bonino.

Erroneamente ritenuta da qualche intellettuale come oleografica, da cartolina, la sua visione della città, di contro, è stata comodo tema di dotte e utili elucubrazioni per molti.

«A volte penso addirittura che Napoli possa essere ancora l’ultima speranza che resta alla razza umana», ripeteva l’ingegnere-filosofo, sempre convinto che certi valori propri dell’essere napoletani veraci dovessero fare la differenza. Anche con quanto di negativo la città da sempre ha dovuto fare i conti, trovò il modo di denunciarlo con un’efficace sintesi nel suo più celebre film, facendo scalpore, all’epoca, per il  modo diretto di rivolgersi alla camorra: «Fate una vita di merda, sicuri che vi conviene?».

Tornerà a Napoli, Luciano De Crescenzo, come ha più volte espresso con ferma volontà e la sua città l’accoglierà con l’affetto di sempre, con tristezza ma con l’apprezzamento del desiderio dello scrittore di riposare nella propria terra. Il Sindaco per il giorno dei funerali ha proclamato il lutto cittadino e l’esposizione delle bandiere a mezz’asta.

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