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Il Sud del rugby incontra il rugby del Sud

Cos’è un test-match? Nel mondo del rugby, si usa definire così quegli incontri tra squadre nazionali chiamate a disputare, in buona sostanza, delle amichevoli di lusso intese come momenti di preparazione al torneo delle Sei Nazioni, normalmente giocato tra i mesi di febbraio e marzo dell’anno successivo, all’interno di stadi con sede presso le capitali di ognuno dei Paesi coinvolti (Inghilterra, Galles, Irlanda, Scozia, Francia e Italia). La regola, però, non è da considerarsi fissa, in quanto anche nel rugby, quello giocato ad alto livello, è in ogni caso il business a dettar legge più che il prestigio di una o dell’altra location.

I test-match che quest’anno l’Italia ha disputato, ad esempio, hanno visto gli Azzurri misurarsi con Fiji a Catania lo scorso 11 novembre, con i Pumas (la nazionale argentina) a Firenze il 18 novembre e, infine, con gli Springboks (la nazionale sudafricana) a Padova il 25 novembre, occasione in cui abbiamo potuto assistere a qualcosa di più che un semplice confronto sportivo. Le due nazionali coinvolte, infatti, Italia e Sudafrica, sono di fatto l’espressione di due concezioni dello sport, della società, della vita e del mondo ben distinte.

Tradizione vuole che il “football rugby” abbia trovato la sua culla presso la Public High School of Rugby, nella cittadina del Warwickshire, situata nel cuore dell’Inghilterra e, dal 1823, anche nel cuore di chiunque abbia deciso o decida di assumere le leggi su cui si fondano le regole del gioco con la palla ovale e i suoi imprevedibili rimbalzi quali proprie regole di vita.

La storia ufficiale narra, invece, di una diffusione di questo sport, nel resto d’Europa, lenta quanto basta per farlo approdare in Italia intorno agli anni Novanta del XIX secolo presso la città di Genova, giungendo alla fondazione dei primi veri club e degli organi di governo di tale disciplina verso gli anni Venti e Trenta del Novecento. In questo modo, a fronte di un rugby giocato a nord, l’Europa è riuscita progressivamente a darsi un sud anche per quel che riguarda il mondo della palla ovale.

È, dunque, una linea di demarcazione semanticamente sottile quella che separa il Sud del rugby, fratello zoppo di quello giocato al di là del confine segnato dal Canale della Manica, dal rugby del Sud, il quale viene invece giocato al di sotto della linea immaginaria dell’equatore in qualità di figlio legittimo del Commonwealth britannico.

Quel sabato 25 novembre, però, il confine che ha separato noi dagli Springboks è stato tutt’altro che fittizio. Allo scadere dell’ottantesimo minuto di gioco, infatti, si è potuta contare una differenza punti pari a ventinove, di cui ben trentacinque a favore degli avversari e solo sei per gli Azzurri. Ma da dove nasce tutta questa disparità? Perché non c’è tra gli Springboks e la Francia, che pure è un Paese latino, ma in cui il rugby ha attecchito ed è tutt’oggi, di fatto, il vero sport nazionale in cui i francesi si riconoscono più che in altri?

Probabilmente una risposta utile potrebbero fornircela anche quelli che in Europa sono sicuramente tra i parenti più stretti dei galletti, ovvero gli abitanti du Pays de Galles, cioè i gallesi, unico popolo tra quelli assoggettati da parte degli inglesi a non vedere la propria bandiera rappresentata all’interno della Union Jack, in quanto a farne le veci c’è già la croce di San Giorgio di cui la popolazione del dragone rosso è suddita devota, seppur con una certa autonomia raggiunta solo nel 1998, sin dalla morte di Llywelyn ap Gruffud avvenuta nel 1282.

D’altro canto, così capitò, all’indomani della morte di Re Ferdinando II di Borbone, avvenuta nel 1859, anche a quei territori un tempo parte integrante dell’antico Regno delle Due Sicilie e poi “annessi” a un piccolo “staterello” del Nord Italia che decretò unilateralmente, manu militari, la nascita di un nuovo Regno, poi Repubblica Italiana, di cui il Sud, dal 1861 in avanti, è diventato la colonia interna senza soluzione di continuità né autonomia fino ai giorni nostri, posto al servizio di quegli interessi socio-economico-finanziari di natura padano-centrica, in nome e per conto dei quali ancora oggi l’assetto del moderno Stato italiano viene sapientemente conservato e gestito, a suon di spoliazione di stampo mafioso e aggressioni liberiste, in maniera perfettamente duale.

Cosa manca, infatti, al nostro Paese a differenza del Galles, della Francia o di altri Stati europei, perché un gioco come quello del rugby possa trovare terreno fertile su cui fondare le ragioni di un suo possibile, vero sviluppo? È solo una questione di scarsità di denaro e, dunque, di subalternità finanziaria rispetto alle più ricche federazioni del Nord, o c’è qualcosa di più profondo da smuovere, se non da costruire? Insomma, cos’hanno il Galles e la Francia che l’Italia ancora non ha? Semplice, un popolo.

Il rugby necessita di un popolo che conosca il vero significato della parola unità, in nome e per conto della quale essere disposti a scendere in campo con lo scopo di raggiungere un obiettivo comune, così come comune è il sacrificio, agonisticamente inteso, che si è pronti a condividere per dare sostegno ai propri compagni fino al completo superamento di quell’ultima linea utile chiamata meta.

Noi italiani, però, di fronte alla responsabilità, soprattutto collettiva, siamo ancora troppo propensi a ciamarse fora – come direbbe Marco Paolini – o, come diremmo ancora meglio noi, utilizzando un linguaggio corrente ben noto ed efficace per descrivere lo sport nazionale preferito dal popolo dello Stivale, a scaricare il barile, la vera ragione per cui probabilmente ci piace così tanto il calcio e il continuo, opportunistico, servilistico scarico di responsabilità che a ogni passaggio di palla tra un giocatore e l’altro si realizza, fino al compimento del goal segnato da parte di uno solo degli undici scesi in campo per ciascuna squadra, dieci dei quali a quel punto correranno a venerarlo, molto spesso mimando il gesto dello sciuscià. Finché continueremo a considerarci e a essere gli sciuscià d’Europa, quindi, non saremo mai l’Europa del Sud, ma solo ed esclusivamente una delle sue componenti geograficamente collocate a sud dell’Europa… del Nord.

Il rugby necessita di unità per poter esser giocato e, forse, questa potrebbe essere paradossalmente raggiunta proprio a patto che, nel nostro Paese, si cominci a prendere seriamente in considerazione la possibilità di praticare un simile sport. Se è vero che […] per secoli fummo calpesti e derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi […], allora è altrettanto vero che potremmo smettere di esserlo se solo accettassimo, di comune accordo, almeno la possibilità di considerare che la palla utilizzata per giocare a rugby è di forma ovale, con tutto ciò che in termini di rivoluzione culturale, di costume e dunque di mentalità questo potrebbe andare a comportare, ritrovando in tal modo quel minimo senso di sana unità da cui provare a ripartire. Tutto il resto, a quel punto, verrebbe inevitabilmente da sé.

Allora sì che un intero popolo potrebbe sentirsi finalmente ben disposto a scrivere una storia insieme, più che accettarne una messa atrocemente in comune e la parola Risorgimento si riempirebbe davvero di quel significato profondo che meriterebbe di avere per tutti, senza dover subire l’inaccettabile paradosso per cui si possa correre nuovamente il rischio di veder concesso al politico in felpa verde rispondente al nome di Matteo Salvini, l’onore e l’onere di venircelo a raccontare. Dunque, here we go and let’s try!

Il Sud del rugby incontra il rugby del Sud
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